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Ecco perché devi conoscere la storia del cotone dello Xinjiang

La sostenibilità è il mantra del consumatore contemporaneo, ma allora perché ignoriamo quello che succede nella regione cinese dello Xinjiang?

Il vaso di pandora sulla questione dello Xinjiang è stato timidamente scoperchiato solo nel 2016, tardi? Decisamente sì, ma sempre meglio del protrarsi di un’impietosa omertà informativa, data la gravità della situazione in cui gli Uiguri, minoranza etnica turcofona musulmana risiedente nello Xinjiang si trova ancora oggi. In questi giorni, in parallelo al boicottaggio massivo della popolazione cinese dei marchi quali Nike, HM e Burberry ree di essersi (un tempo) schierate a favore della faccenda Uigura, si è riacceso un focolaio di discordia tra Usa e Cina proprio sul tema e sono volate minacce e sanzioni da entrambi i fronti.

Quindi, cosa succede nello Xinjiang di così tanto grave?

Con la scusa di prevenire il terrorismo* contro il “male islamico”, da anni la regione dello Xinjiang è stata messa sotto stretta sorveglianza dal governo cinese. Anche se le informazioni cadono con il contagocce e i giornalisti stranieri non sono i benvenuti nella regione, gli Uiguri giudicati “più pericolosi” vengono continuamente deportati in campi di prigionia, in quanto arbitrariamente considerati come potenziali minacce per la società. Questi individui vengono strappati dalle proprie famiglie e sottoposti ad un “training” intensivo di “buona condotta“, affettuosamente definito dal governo cinese come percorso di rieducazione (sarebbero almeno un milione di individui gli Uiguri coinvolti in questa strategia repressiva, tanti la definiscono, infatti, la più grande deportazione dai tempi dell’Olocausto) L’obiettivo del governo è uno solo: attuare la cancellazione della tradizione e della cultura Uigura, mediante varie forme di indottrinamento (non disdegnando la tortura), in favore di quella cinese.*

Ora vediamo come la questione dello Xinjiang riguarda tutti noi

Tutta questa triste storia ci vede coinvolti da molto vicino, infatti, si riallaccia al famoso mantra della sostenibilità, che ripetuto con toni sempre più rassicuranti dal mondo della moda, come un balsamo lenisce i nostri sensi di colpa, ma solo superficialmente, come vedremo.

Il programma rieducativo degli Uiguri, in effetti, ben lungi dal completarsi nei campi, continua anche dopo. Come da disposizioni governative atte a “favorire l’integrazione delle minoranze nel mondo del lavoro“, infatti, i malcapitati, al termine del loro percorso “didattico”, vengono venduti a società esterne per essere sottoposti a lavori forzati. Sotto minacce, segregazione, sorveglianza, umiliazione e tante altre civilissime premure, queste persone vengono impiegate in lavori per aziende che riforniscono più o meno direttamente colossi quali: Inditex, Puma, Nike, Apple, Bmw ecc. ecc. altro che tracciabilità. Ma se volete rimanere nel settore moda, vi basterà ricordarvi che 1 quinto di tutta la produzione di cotone mondiale arriva proprio dalla regione dello Xinjiang.

Il cotone dello Xinjiang e l’incoerenza delle industrie della moda

Intanto, HM dopo essere stato attaccato e oscurato da tutte le piattaforme commerciali da una Cina che a informazione è messa decisamene peggio di noi, si è già sbrigata a cancellare le tracce del sostegno alla causa della popolazione degli Uiguri esposta lo scorso settembre, affermando di non volersi schierare politicamente (Mi vuoi ancora bene vero? Siamo ancora amici vero?)

A ruota, burrascosa storia anche per Burberry che fresco di collaborazione con Tencent Games ( aveva vestito alcuni personaggi del game Honor of Kings) in questi giorni, ha visto sfumare il suo ritorno di investimento in un solo giorno, dopo essere stato rimosso dalla piattaforma per via del suo impegno contro l’impiego di materiali provenienti dalla regione dello Xinjiang. Stessa sorte è toccata anche a Nike.

Ma questo è solo l’inizio del pandemonio, una diretta conseguenza della globalizzazione selvaggia e della conseguente bolla speculativa legata al mercato cinese.

Le avide mega industrie occidentali hanno così tre grandi problemi da affrontare che si ricollegano al cotone dello Xinjiang:

  • il primo è legato alla crescente attenzione del consumatore nel valutare che i valori divulgati dalle stesse siano rispettati anche nella pratica. Il marketing non basterà più, le aziende dovranno essere completamente trasparenti e oneste nei confronti dei propri clienti, pena l’abbandono e la disistima.
  • Il secondo è che dovranno fare i conti con il fallimento del mercato globalizzato, con relativa impossibilità del compiacimento globale.

E’ risaputo che la Cina nei prossimi anni diventerà il più grosso mercato di lusso mondiale e che sarà l’unica grassa mucca dalle mammelle d’oro da mungere a più non posso per garantirsi un futuro prospero e al riparo da qualsiasi ricaduta economica, ma a quale prezzo? D’altronde, non si può sputare pubblicamente nel piatto di riso alla cantonese e poi pretendere di mangiarne ancora e ancora e ancora.

  • Il terzo è che si ritornerà a parlare dei gravi effetti della scellerata delocalizzazione della produzione, vero tasto dolente di tutto il settore moda.

Se tutti questi colossi dell’abbigliamento ( ma il discorso vale per qualsiasi settore) il cotone l’avessero prodotto nelle loro nazioni, probabilmente, non solo avremmo evitato la cancellazione di imprese familiari storiche e ricche di esperienza, ma la maggior parte degli esseri umani impiegati nella produzione di abbigliamento e accessori, ora non vivrebbe nella condizione di schiavitù.

Ogni azione ha la sua diretta conseguenza

Cominciamo così ad avere una vaga idea di quale sia il prezzo da pagare per le grandi conglomerate che abitualmente mettono il profitto davanti al valore dell’uomo. Perché ancora oggi ci sono uomini e uomini, donne e donne, bambini e bambini, e, purtroppo, non è una questione che riguardo solo la regione dello Xinjiang.

Sta venendo il momento di prendersi delle responsabilità. E il discorso vale per tutti.

Vi lascio questo video per approfondire.

*l’apice dell’intolleranza cinese nei confronti degli Uiguri è stata raggiunta il 5 luglio 2009 è quando Urumqi 200 persone sono morte in un feroce scontro tra l’etnia cinese (han) e, appunto, gli Uiguri. A essa sono seguiti poi sporadici attentati , attribuiti ogni volta sempre a cellule jihadiste di matrice uigura.

*molte donne vengono sottoposte anche a procedure di sterilizzazione di modo da eliminare il problema alla radice. 

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