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Analisi & Approfondimento

Divieto pellicce in Italia: stop ad allevamenti, riproduzione in cattività e uccisione

Basta pellicce e visoni! Anche in Italia è stata approvata la manovra del divieto di allevamento, riproduzione in cattività e uccisione di volpi, visoni, cincillà, procioni e altre specie di animali da cui si ricavi pelliccia. Ammontano a 3 milioni di euro gli indennizzi rivolti alle storiche realtà di mastri pellicciai i quali, già sospesi nell’allevamento da un anno per via della paranoia pandemica, ora dovranno riqualificare le proprie aziende o chiudere per sempre.

Pellicce No, pelli esotiche Sì

Dietro questo epocale sabotaggio del mercato di pellicce vere, quindi, oltre alle motivazioni etiche, non si dimentichino anche ragioni economico-“sanitarie” (?). Una svolta senza precedenti che gli scettici leggono come una soluzione buona, ma pur sempre incompleta visto e considerato il profondo disinteresse riservato agli allevamenti dei poveri animali esotici, che, evidentemente, appaiono più che accettabili anche per i più impressionabili paladini plant-based di Instagram.

Una svolta epocale, ma annunciata

  • Dal 2002 il Regno Unito è fur free.
  • Hanno già chiuso gli allevamenti: Olanda, Austria, Regno Unito, Croazia, Serbia, Slovenia, Macedonia, Repubblica Ceca, Bosnia e Germania. La Svizzera ha reso impossibile aprirli, la Spagna aprirne di nuovi, la Svezia e la Danimarca hanno chiuso quelli di volpi. In Belgio il 21 luglio 2018 è stato approvato un Decreto per porre fine all’allevamento di animali destinati alla produzione di pellicce.
  • Già dal 2014 questo tipo di attività zootecnica è vietata nelle regioni della Vallonia e di Bruxelles.
  • Dal dicembre 2019 l’e-commerce di lusso Farfetch ha smesso di vendere prodotti di pelliccia naturale.
  • Nel 2019 la California ha annunciato che entro il 2023 sarà bandita la vendita di pellicce di coyote, visone e coniglio.
  • Presto (entro il 2025) la Norvegia vieterà gli allevamenti di animali da pelliccia.

La maggior parte dei marchi di moda pubblica standard da rispettare nell’approvvigionamento, ma chi controlla chi?

Il fatto è che anche gli scandali in materia di pellami esotici sono all’ordine del giorno e l’utilizzo della pelle di questi animali rimane un argomento ampiamente dibattuto, ma fumoso. A tal proposito piace ricordare chi si è opposto a questa pratica. Oltre a Hugo Boss, Victoria Beckham, Armani e Mulberry, anche sua altezza Maison Chanel dal 2018 ha bandito dalle collezioni qualsiasi tipo di pelle esotica o pelliccia dichiarando di utilizzare solo pelli di scarto dell’industria alimentare in attesa di una totale conversione a pelli biotech.

La sofferenza e la tortura non sono più giustificabili, a maggior ragione se ci sono alternative convincenti

Stella McCartney è stata una pioniera nell’innovazione ecologica dei materiali destinati a prodotti di lusso, la sua pelliccia Koba, ad esempio, è costituita da un materiale di origine vegetale e da poliestere riciclato ed è stata concepita per essere completamente recuperata anche alla fine del suo ciclo di vita. Inoltre, il 37% delle sue componenti sono vegetali e per questo motivo richiede il 30% in meno di energia per essere realizzata e produce oltre il 63% in meno dei gas serra dei materiali sintetici convenzionali.

E FENDI Fun Fur?

Alla luce di questi eventi chissà come si concilierà l’anima cruelty free della stilista Britannica con l’impero multibrand della famiglia Arnault (LVMH) di cui è partner dal 2019 e consulente per la sostenibilità.

Si dia il caso, infatti, che proprio Fendi, una delle più sofisticate e storiche case di moda Italiane assorbite dal potentato LVMH, sia proprio specializzata nell’utilizzo sartoriale della pelliccia e che l’iconico logo FF in bella vista su pochette, borse e, certo, pellicce, fu ideato da Karl Lagerfeld proprio per cristallizzare l’essenza dell’azienda in due parole “FUN FUR”.

Non sarà di certo una passeggiata démaquiller e re-maquiller un brand con un core così storicamente connesso a uno dei lati più crudeli del business e dell’artigianalità, ma con tutti gli avvenimenti e le proteste choc passate sui media nell’ultimo decennio viene da chiedersi come Fendi abbia potuto sopravvivere fino ad oggi.

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