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L’estetica del “brutto” ti rende stravagante e fiCo. Ma davvero?

L’estetica del “brutto” ti rende stravagante e fiCo. Ma davvero?

L’estetica del brutto: brutto inteso come imperfetto, come “disturbante”, come “diverso“. Il gusto per il difetto c’è sempre stato. Lo storico dell’arte Gillo Dorfles rintraccia un sano gusto per l’imperfezione anche nell’architettura Giapponese, ma è innegabile che dal 2000, in Occidente*, viva un momento di massimo splendore, almeno, nel settore creativo. Il fascino per l’imperfetto nella moda sorge (forse) in controtendenza o come panacea verso tutto quel mondo anni Ottanta popolato da Big Jim e pupazze super carrozzate. La prima modella a imporsi come alternativa alle super top model negli anni ’90 fu Kate Moss. Piccola, fisico androgino, viso imperfetto, stile di vita sbandato, il simbolo ideale  dello stile “heroin chic” sorto dalla letteratura e diffuso dal cinema e poi sposato dalla moda (v. campagna “Obsession” 1993 Calvin Klein).

Alessandro Michele e Demna Gvasalia: due forme di conformismo anticonformista

Ciclicamente accade che la società si serva di uno o più trend “alternativi” per saziare il proprio bisogno di dissenso. La moda perturbante diventa un’arma vincente. Diversi, riconoscibili e ribelli,  basta pensare ad Alessandro Michele e a Demna Gvasalia. In pochi mesi hanno ribaltato i canoni estetici e vestimentari. Entrambi, anche se in modo differente, ci hanno fatto credere di poter andare contro “il sistema” a colpi di “stranezze” stilistiche. E un po’ tutti ci siamo cascati.

Alessandro Michele e Demna Gvasalia: due forme di conformismo anticonformista

 Non siamo pecoroni, siamo…mainstream. [•••] La cultura del mainstream, pur nella sua evoluzione, è quella del Mondo nuovo di Aldous Huxley (libro del 1932), un mondo dove la gente perde ogni idea di responsabilità personale perché chi comanda gli consente una vita di completa libertà riguardo a lavoro, sesso, droga e consumismo“*.

Con i consumi “anticonformisti” alla Gucci maniera o Vetements, abbiamo creduto di possedere la libertà di essere tutti all’avanguardia, tutti super cool, molto underground. Siamo stati persuasi dall’idea di poter manifestare il nostro conflitto abbandonando immaginari armoniosi in cambio di universi caotici e spesso inquietanti. Ma cambiare estetica non basta a cambiare il mondo. L’abito deve seguire una credenza. Senza una filosofia individuale, lo stile è solo moda. Solo consumo.

E poi, non c’è niente di sovversivo nell’indossare qualcosa che vorrebbero tutti.

E’ la stessa Lotta Volkova ( collega di Demna, über-stylist tuttofare di Vetements e Balenciaga) a ricordare quanto “punk fosse la gente punk” alla fine degli anni Settanta. Il punk era un modo di vivere, di pensare.  Se ti vestivi “punk”, ascoltavi musica punk, vivevi punk, portavi i capelli punk, credevi nel punk. Oggi che senso ha vestirsi strani senza un’ideologia? Che significato ha conciarsi “strani”quando la massa si veste(o ambisce a vestirsi) così? Il concetto di sovversione all’ordine, infatti, sparisce. Non c’è alcun impulso ideologico dietro queste collezioni, se non quello del consumo.

Sei più Gucci o più Post Soviet style (cit. Mancinelli)?

Quando “gli strani” guidano il mercato. Da una parte Lallo il nostalgico punk-romantic-nerd-ecc , dall’altra un team creativo cresciuto a pane e cipolle all’ombra del Capitalismo fino ai 12 anni.  Tutti apparentemente “disadattati” e vincenti. Sicuramente l’anti-bello (bello inteso nel senso più ampio del termine) nella sua evidente devianza dalla norma( quindi da un immaginario rassicurante), è stato percepito più autentico, più vero e dal punto di vista comunicativo molto più performante. A.Michele ha puntato in alto, all’arte, il Team creativo dell’ex Urss, invece, ha preferito non prendersi molte responsabilità, dichiarando di limitarsi a vendere “atteggiamenti”.

Ma la domanda è: la “rivoluzione” la fanno i brand o le persone?

La moda o lo stile?

Mainstream, quando la massa diventa chic

 *Imperfezione: il fascino discreto delle cose storte, M. Claudia Rampiconi, p.16, Castelvecchi Editore 2005 Roma

Immagine NewYorkTimes.com

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