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Analisi & Approfondimento

Quale senso per l’Haute Couture nel 2026 e la moda in generale?

Haute Couture 2026, la moda abita un mondo diverso, perché noi abitiamo un mondo che non avremmo mai voluto conoscere.

E’ imbarazzante parlare di moda mentre l’orrore, lo sgomento e lo sdegno diventano emozioni mainstream, ma a livello globale la moda rimane un pilastro economico fondamentale contribuendo per circa il 2% del PIL mondiale, pertanto, il discorso non può essere evitato.

In questo scenario l’opinione pubblica tenderà sempre più ad emanciparsi da un sistema in decomposizione riponendo nel cassetto gli occhiali dalle spesse lenti con filtro ipocrisia. Essa, infatti, tenterà di essere responsabile della riscrittura del proprio orizzonte culturale ed informativo a partire da una rilettura lucida e speculativa dei contenuti disponibili sui media. I professionisti della comunicazione, dall’altra parte, non potranno ignorare questo cambiamento che andrà a minare dalle basi un modus operandi che seppur consolidato, funzionerà sempre meno, per assenza di destinatario.

Indietro non si torna, il guado è stato oltrepassato. Oltre all’ormai consolidato clima di incertezza e ristrettezza economica globale i nuovi compagni di viaggio del consumatore saranno il sospetto e la disistima, effetti collaterali post traumatici dovuti al crollo definitivo della fiducia verso istituzioni, governi, personaggi pubblici e, non in ultimo, verso il sistema moda.

Il fashion system nel 2026 non può più fingere di ignorare o di non capire con chi avrà a che fare. I moti infernali che stanno scrollando il mondo hanno sfregiato per sempre il senso di appartenenza ad un orizzonte di valori che non hanno più alcun riferimento concreto. Nessun marchio è più al riparo dal disprezzo e questo fatto determinerà necessariamente una riscrittura e un riassetto delle dinamiche e delle strategie adulatorie di tutti i brand, pena la loro definitiva implosione.

Moda 2026. Niente tornerà più come prima, la moda non basta alla moda.

Nel turbamento generale, non si può, poi, omettere lo scandalo divampato con le inchieste sul caporalato (iniziate due anni fa e tutt’oggi in atto) condotte dalla Procura di Milano e diffuse al mondo dai social. Sulla moda pende, come la spada di Damocle, una disillusione altamente perniciosa per un settore che fa della qualità e della sostenibilità le fondamenta su cui imbastire favole da migliaia di euro*.

Se “la fiducia è l’unico capitale che non si svaluta mai” come diceva Marco Divenuto, l’Haute Couture nel 2026 è stata vissuta come l’ultimo sigillo con cui le case di moda potevano tappare l’emorragia del desiderio dovuto soprattutto al crollo di senso del settore (cosiddetto) di lusso.

Haute Couture 2026: alla riconquista del prestigio del vecchio brand di moda

L’Haute Couture nel 2026 si è proposta di gestire l’imbarazzo e il calo della libido servendosi del potere della favola (Chanel), del rigore stilistico (Armani), flirtando con la vecchia gloria (il John Galliano che presiede al debutto del delfino Anderson ne è la prova provata)o aggrappandosi a “nuovi” datati orizzonti fruitivi (Valentino e il Kaiserpanorama). D’altronde l’Haute Couture si erge sulla volgare moda internazionale in quanto emblema di una tradizione esclusiva ed autentica fatta di mistero e ambizione, di ritmi atemporali dove couturier-alchimisti in camici candidi condensavano bellezza con ostinato e laborioso lavoro manuale.

La moda dal 2026 in avanti, come bene di lusso dovrà puntare al sacro: recuperare un valore sacrale essere meno affabulatoria e sempre più faticosa

Un lusso credibile è e-LABOR-ato, espressione derivante da labor latino, appunto, un lavoro ottenuto con sforzo e sacrificio. Il sacrificio è sacro e solo il sacro è inespugnabile e degno di considerazione, soprattutto, quando i tempi sono oscuri e fatiscenti come quelli odierni.

Suppongo che il modo di fare lusso dovrà passare attraverso una comunicazione-narrazione diversa da quella degli ultimi 10 anni, costellata di episodi sporadici, ma significativi.

Oggi, d’altraparte, non esistono più narrazioni, ma meri storytelling promozionali e perlopiù interscambiabili. Si è saturi di spot e immagini pubblicitarie.

Il mondo della comunicazione di marca tentando di accorciare la distanza con il destinatario ha investito un pubblico massificato di rumore semantico dimenticando che in questo eccesso di segni,oltre a smarrirsi il significato, a scomparire era proprio il referente del messaggio. Le creazioni si sono così svuotate di senso, in quanto copie alla potenza di un originale di cui si è perduta “l’impronta” e con essa la sua aura sacrale. Non si è più riusciti a cogliere l’essenza poiché annichilita in un universo concettuale di codici indecifrabili. Codici indecifrabili per un fruitore moderno dotato di un orizzonte culturale misero e di un vocabolario ancora più stringato e, spesso, inopportuno.

Oltre all’arido like non si è più beneficiato di un vocabolario di percezioni che andassero oltre la mera informazione e che consentissero di sentire l’amore (quasi feticistico), per un determinato oggetto al punto da desiderarne il possesso. Se il pathos è l’inizio del pensiero, senza emozione la moda lussuosa tradisce la sua ἀρχή e semplicemente cessa di esistere, ma non può esserci emozione in un dominio di incoerenza e inconsistenza.

*Proprio di qualche giorno fa è la notizia che vede anche il gruppo Prada in prima fila nel rafforzamento dei controlli su tutta la filiera e, come segnalato su Milano Finanza, in 5 anni avrebbe licenziato già 222 fornitori.

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