Cosa andrà di moda nel 2026? Nonostante il clamoroso cambio di direzioni creative nei più blasonati marchi di moda internazionali, -sorpresa- la voglia di moda non ha più molto a che fare con le passerelle, infatti, il 45,7% dei consumatori non ha più un marchio preferito:
Il nuovo studio di Deloitte, “Brand Connection – The Age of Meaningful Brands” ci parla di un consumatore molto meno fedele, più pragmatico e sempre più incline a fidarsi dei piccoli marchi e delle realtà di nicchia. […]Negli ultimi cinque anni è cresciuta la fiducia verso le attività locali (+28,6%) e le label di nicchia (+29,2%), più che verso i big brand (+20,1%). […] Le piccole realtà vincono: meno storytelling patinato, più relazione vera.
Fonte fashionmagazine.it
Nella mente dei consumatori di moda- di lusso in particolare- si cela sempre il desiderio di appartenere all’immaginario dei loro marchi prediletti, quindi un’ambizione, un sogno. Ma la volontà di entrare in quella mitologia, di farne parte -anche solo con l’acquisto di un rossetto- presuppone sempre un patto con il marchio a base di incrollabile fiducia e sacrificio (in termini di spesa soprattutto), da qui si arriva alla domanda cruciale: nell’epoca del “caporalato*” chi vuole ancora supportare una mitologia distorta? Una narrazione che ogni stagione ritorna nella sua impettita e presuntuosa autocelebrazione risultando ancora più fastidiosa e mendace?
Sfilate primavera estate 2026. Cosa andrà di moda nel 2026?
Ho visto tutte le sfilate primavera estate 2026, ricordiamo i debutti dei direttori creativi delle varie case di moda:
Milano: Gucci > Demna Gvasalia; Jil Sander > Simone Bellotti; Versace > Dario Vitale; Bottega Veneta > Louise Trotter.
Parigi: Dior ( donna e Uomo) > Jonathan Anderson ; Chanel > Matthieu Blazy; Balenciaga > Pier Paolo Piccioli; Carven > Mark Howard Thomas; Loewe > Lazaro Hernandez e Jack McCollough; Maison Margiela > Glenn Martens.
A fronte di una rammaricante Milano fashion week primavera estate 2026, sollevata, a mio parere, solo da una meravigliosa Louise Trotter alla conduzione di BV, vuoi per la fretta, vuoi per l’abbondanza – insignificante- e la ridondanza di mise oggettivamente brutte (Prada) o eccessivamente aride (Jil Sander), abbiamo compreso che le parole rilasciate post défilé dai designer e le foto degli ambassador travestiti sui social non bastano a ricucire la fedeltà e l’entusiasmo negli utenti.
La tendenza moda 2026 è non seguire i marchi di moda troppo popolari
No Prada e No Grungy. Quel radical chic di sinistra che ha sempre contraddistinto Miuccia Prada, oggi dà solo fastidio. Dissimulare la ricchezza vestendoti male, con vestiti fatti a brandelli o tute da lavoro, da finto povero, da finto strano non è rivoluzionario e tanto meno nuovo, anzi è uno dei lati piu odiosi e duri a morire della politica delle chiacchiere.
Moda 2026/27: tutti i debutti dei nuovi direttori creativi, chi sono e cosa propongono
Bottega Veneta di Louise Trotter è una sinfonia visiva di tessuti in movimento, forme apollinee e colori che prendono forma nello spazio come sculture perfette. La collezione è un invito al piacere come vestizione. Composta, moderna e colta l’ouverture di Piccioli per Balenciaga ss 26 che infonde dignità ad un marchio umiliato da una creatività tossica durata troppo tempo.
GUCC (i)LIX di Gvasalia -sputtanatissimo-, che non è un lassativo (ma potrebbe funzionare) prova il revamping puntando tutto sul modello Netflix con rigurgito di “see now buy now” – che può funzionare solo in USA – e getta-. L’esordio elemosina legittimazione dalle serie tv con un cast in stile “vecchia Hollywood” – capitanato da Demi Moore-. Lo stereotipo sgangherato dell’Italianità filtrata dalle cineprese degli Studios è servito. A metà tra “ I soprano” e “Dynasty” ecco il nuovo capitolo della soap-drama Gucci. Meglio pigiama di flanella, divano e popcorn.
Dior primavera estate 2026, debutto di Jonathan Anderson: il designer viene osannato dalla stampa qualunque sia l’azzardo e questa volta la fa grossa mandando in passerella una musa adolescente, che gioca a fare la dura e la stravagante con la mini in denim, ma non disdegna il travestimento da donnina pronta per il ballo delle debuttanti.
Chanel con Blazy rinasce, il suo proposito è riscrivere l’universo della Maison in modo attuale, rimanendo coerente con l’ingombrante passato firmato Karl e Coco. Il suo operato riesce ad essere convincente, poiché rispettoso dell’heritage e, finalmente, leggero e sexy. Divertente, talvolta eccessivo -proprio in stile Gabrielle Bonheur- è nel complesso una prova gradevole ed intelligente. Le uscite sono spesso scivolose e il tweed non è mai stato così desiderabile da indossare.
Tendenze moda primavera estate 2026: non cambiare nulla affinché tutto cambi
Non esagerare con il minimal: basico sì, ma con classe. Jil Sander è striminzito, sterile e sterilizzato.
Nonostante siano soffiate con irruenza tendenze contrarie al “quiet luxury”, ti prego, evita di vestirti con colori tossici, elettrici o acidi come succhi biliari. Quasi il 70% dei marchi ha appoggiato questo corso nella convinzione di diffondere novità, ma è solo un trend pruriginoso e destinato a morire nel giro di una stagione. Molto sensuale, energica e pratica la donna Balmain. Sì a pantaloni morbidi e crop top.
Focus silhouette: figura potente a triangolo girato, quindi, sì a capi con le spalle scolpite.
Cosa andrà di moda nel 2026: in sintesi, la mia riflessione
La moda, come ogni forma espressiva, ha sempre riflesso il sociale e, oggi, nonostante l’offerta moda sia strettamente vincolata ai grandi fatturati imposti dai soliti 3/4 oligarchi – quotati in borsa e votati alla massimizzazione del profitto a scapito di tutto il resto – in una piccola porzione di reale situato tra il disgusto e la ritualità delle stagioni, tra la curiosità e la disillusione ( di un modus operandi compromesso), tra il vizio per l’evasione ed il brutale, quanto epocale, crollo della “mitologia umana” in cui i buoni diventano carnefici e viceversa, ecco che compare ancora una volta l’abito (habitus). La responsabilità di vestire, però, oggi è cruciale, perché abbiamo prima di tutto il dovere di scegliere e possiamo scegliere in mezzo ad un’offerta sconfinata. Più è travagliato il momento in cui si vive, più non si può sbagliare il modo di rendere manifesto il proprio modo di pensare. Quella del 2026 è quindi una moda significativa, ponderata, che può fare a meno delle tendenze, perché è soprattutto cerebrale e va interpretata.
Come ti presenti, quello che scegli e che compri oggi ha un ruolo politico, sociale e ideologico decisivo, sono proclami silenziosi ma eloquenti. Occhio a come ti vesti, a chi supporti.
*Ricordiamo le storie emerse fin dall’estate del 2024 che hanno coinvolto e sconvolto la reputazione di Dior, Giorgio Armani, Alviero Martini e non in ultimo Loro Piana e Tod’s.





Comments