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Moda digitale: è tempo di sentire con gli occhi

Se la moda resta digitale, le immagini non bastano più

 

Fine febbraio 2021. Avevano parlato di rinascita, noi stavamo sulla soglia ruggenti, ma le pantofole ai piedi e quei cenci sul volto deformavano la nostra credibilità, l’apparenza tradiva le intenzioni anche dei più tenaci ottimisti.

Eppure i rulli dell’industria della moda si erano rimessi in moto, eccome se erano ripartiti.  Il solito diluvio di vestiti, cappotti, mantelle e pellicce che se fino all’anno scorso lasciava perplessi solo gli amici dell’ambiente, in quel momento precipitava sulla nostra coscienza con la stessa pesantezza di un macigno che dopo averci paralizzato ci trascina tra le inquadrature di un film surrealista pervaso dall’angosciante presentimento di una nuova imminente, violenta privazione e di un amaro, inutile sacrificio.

Settimana della moda digitale: immagini aptiche

Erano appuntamenti nuovamente digitali e c’erano preistorici nostalgici della passerella vecchio stampo, quelli che con ingenua presunzione pretendevano di affabulare gli spettatori attraverso la solita storia dell’ autocompiacimento secondo le formule del ” guarda quanto è bello quello che faccio” o “quello che faccio lo so fare solo io“. Quasi tutti avrebbero scommesso sul fatto che i loro vestiti non sarebbero sopravvissuti alla fine di una storia su Instagram. 

Erano in tanti a non aver compreso che al tempo dell‘uomo bolla la moda non doveva più far vedere niente. Anche raccontargli delle storie risultava insopportabilmente stupido, l’uomo bolla era diventato sordo, occorreva quindi pensare a quello che gli era stato sottratto con la forza nell’ultimo suo anno di vita, era semplice: l’uomo bolla aveva dannatamente bisogno di riappropriarsi del lato carnale dell’esperienza. 

Ci sono arrivati Prada e in modo diverso, ma convincente Vigilante e Gcds

Abbiamo assimilato i loro contenuti somaticamente, non avevamo alternative. Così facendo queste visioni sono penetrate attraverso la nostra epidermide risalendo fino ai nostri sensi. Sentire, sì, ma non solo con le orecchie. Le nostre dita erano ovunque, al là e al di qua dello schermo. Ci siamo strusciati sulle superfici di ogni frammento visivo, abbiamo imparato a godere della discrasia di texture e colori. Con i nostri occhi abbiamo indugiato su corpi e oggetti al freddo, al caldo, sudando e rabbrividendo.

Un’orgia dei sensi

I SENSI solitamente intorpiditi dal limite tecnologico e dall’assimilazione della distanza sociale come regime di vita, sono stati improvvisamente scossi nella loro interezza, stimolati e istruiti a lavorare contemporaneamente per decifrare immagini profondamente epidermiche.

Immagini di pelle e vestiti di carne.

Non c’era più la moda, ma la vita e il desiderio. Quei guanti in pelle con taschino violentemente rossi, viola o “blu assurdità” non avevano bisogno di presentazione erano oggetti sessuali, feticci morbidi e sensuali che si materializzavano nel bel mezzo di un’euforia di colori, suoni e tessuti. 

Questo è saper vendere nel 2021.

Daniel Larger CEO di Équité e professore di Luxury Strategy alla Pepperdine University di Malibu, ha fatto notare che oggi ben l’80% dei marchi di lusso esistenti presenta uno storytelling talmente debole, irrilevante e poco coinvolgente da rendere totalmente indistinguibile un marchio dall’altro, con la conseguenza che coloro che non riusciranno a cambiare radicalmente la propria strategia di comunicazione verranno letteralmente spazzati via nei prossimi mesi. 

*https://equitebrands.com/equiteblog/2021/2/7/why-luxury-brands-need-to-rethink-their-strategy-radically-interview-with-daniel-langer-of-quit-on-the-future-of-luxury

 

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