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Aggiornamento Covid-19 Moda 2020: prepararsi al non ritorno alla normalità

FASHION-OLOGY / NEWS / 28 Agosto 2020

Aggiornamento Covid-19 Moda 2020

Dietro una compatta sfilata estiva di ricavi sormontati da segno meno il settore moda si prepara alla Fall-Winter season del Covid-19, unica vera e propria tendenza sostenuta a gran voce dagli “illuminati” del mainstream, e, pertanto, immune alla crisi come i fan (-atici) del terrorismo sanitario disposti a tutto pur di scansare il proprio ritorno alla vita.

Il sogno di Società Terapeutica che si prende cura di te senza speculazioni

Con il Covid-19 il sogno di molti, la società terapeutica, si è compiuta e con essa si sono smascherate tutte le fragilità di una popolazione terminale avviata fin da tempi non sospetti alla decomposizione emotiva, psicologica e fisica. Una popolazione che ha trovato e trova nel disagio permanente una promessa durevole d’amore, premura e conforto da parte di quelle stesse Istituzioni che per tanto tempo erano state viste come lontane e menefreghiste, ma che grazie all’emergenza sono state non solo riabilitate, ma trasformate dai media in numi tutelari della sanità e del benessere pubblico.

Covid-19 settembre 2020: della difficoltà a mettere via le tute da casa

Sono quasi volte al termine le vacanze estive trascorse in modalità piuttosto ottimistica, ma a un passo dalla ripartenza, mentre incalzano gli allarmi sui contagi degli asintomatici, si scopre come gran parte della gente non sia ancora pronta a mettere da parte le tute da casa insieme ai credo politici ampiamente svergognati in questi mesi di emergenza.

Molta, troppa gente non è pronta a mettere da parte tute da casa e politica nella stessa proporzione in cui non osa confutare la veridicità e l’onestà dei flussi narrativi dell’informazione diffusa dai media tradizionali. Sono gli effetti dei condizionamenti derivati dagli atavici schemi narrativi sui personaggi delle favole ben evidenziati da Propp. Ed è così che si finisce con il dividere la realtà (narrata) semplicisticamente in “buoni” e “cattivi”, “eroi” e “antagonisti”, filantropi e misantropi, scienziati accreditati e scienziati indegni, politici bravi e politici cattivi, giornalisti preparati e giornalisti no e così via, ognuno con il suo ruolo ben leggibile sull’etichetta della divisa e ognuno con il suo stuolo di twittatori impegnati nel battagliare da una trincea virtuale una guerra tra alienati a base di colpi da 280 caratteri, trash tv e spaghetti al sugo.

Tra una querelle e l’altra, intanto, qualche piano più in alto ci si attrezza indisturbatamente nella riorganizzazione della vita delle moltitudini secondo un modello distopico di sorveglianza sociale e penuria diffusa di cui si intravedono solo le ombre dei drammatici risvolti futuri.

Credere, perché credere?

Nella distrazione di massa continua creata dall’ambiente mediatico contemporaneo il fruitore si trova talmente subissato da moli di informazioni disarticolate, contrastanti e rumorose che finisce così per trascurare quella che sarebbe la vera chiave per avvicinarsi alla comprensione della situazione generale mondiale senza limitarsi al subirla. Questo punto chiave non sta tanto nel”a chi credere” (dopo aver individuato un ipotetico beniamino politico degno di fiducia), ma nel “credere per credere che qualcuno abbia davvero a cuore gli interessi personali della gente comune“. L’errore primigenio è decidere di credere a qualcuno e solo a quel qualcuno, pensando che possa agire negli interessi della comunità prescindendo dai propri affari personali. E’ proprio qui che la credenza diventa tossica, che si creano divisioni insormontabili contro “fazioni” avversarie e che il confronto si va a perdere nel vilipendio e nel disfattismo più inconcludente e minaccioso del bene comune.

La credenza in quanto anticamera del fanatismo impone sempre e inesorabilmente un atto di fede, ma più che di accoliti e vestali ci sarebbe bisogno di cervelli agili in grado di superare gli obnubilanti siparietti dei politicanti per produrre interpretazioni e analisi di interesse comunitario dai risvolti economici, finanziari e sociali più ampi.

La moda 2020 nella/della carestia

Mentre si distoglie lo sguardo dalle nostre vie dello shopping verso l’Oriente per non far vedere le lacrime, i marchi dovranno presto voltarsi sulle città, Europee per capire cosa fare di tutta quella rete di negozi fisici piangenti e vuoti come cattedrali abbandonate.

Alla luce degli eventi e della gravissima difficoltà economica a cui si sono dovuti piegare il mondo della media-piccola imprenditoria locale e del turismo Occidentale mette proprio male parlare di borsette e nuovi outfit lussuosi, eppure, si continua a discutere sulla fattibilità delle Fashion Week Milanesi e Parigine, perché, pur non avendo la certezza sulle modalità di presentazione, l’industria non può essere lasciata morire senza almeno aver provato a salvarla. Ma si è proprio sicuri che siano gli spettacoli fisici pensati alla vecchia maniera a giocare il ruolo decisivo in questo momento di disorientamento e sconforto generale?

La maggior parte dei marchi vuole un ritorno a una sorta di ritmo normale

Lucien Pagès (BOF)

Caro Lucien, ma la “moda a un ritmo normale” sarebbe efficace se anche il pubblico fosse normale, ovvero, non in cassa integrazione o disoccupato o in cerca di un nuovo impiego o di un nuovo modo di vivere. Partendo dal presupposto che l’allarme non è ancora terminato, lo stato d’animo e la coscienza del consumatore odierno non sono più quelli di qualche mese fa, ne consegue, quindi, che la relazione con i marchi di lusso vada ripensata in toto, e ça va sans dire pure gli spettacoli.

La moda di lusso oggi non può più permettersi di promuoversi facendo leva sull’evasione, l’eccesso o sull’elemento ludico. Se questa strategia poteva ancora bastare in tempi critici, ma non drammatici, ora questo atteggiamento finirebbe con il risultare superficiale e fastidiosamente inopportuno. D’altra parte, poi, non avendo più il lusso la capacità di situarsi in un iperuranio di pura estasi, una volta evaporato il marketing degli slogan dei temi femministi insieme a quello politico-social-green invecchiato male insieme ai ritornelli dei tormentoni estivi, oggi pare che le persone non abbiano più tempo, né voglia di vestire i panni dei beati sonnambuli per perdersi in cliché di sogni di taffetá, crinoline o grafismi eccentrici. E’ in corso una risemantizzazione del concetto di lusso, concetto a cui i marchi dovranno umilmente e prontamente guardare per non peccare di superbia ferendo il sentiment comune.


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Elisa Bellino




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