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Vogue Italia gennaio 2020 senza fotografie: ma cosa significa davvero cambiamento?

FASHION-OLOGY / NEWS / 13 Gennaio 2020

Vogue Italia gennaio 2020 e le ammissioni di colpa di un sistema moda insostenibile

Vogue Italia, ma diciamo pure Condé Nast Italia, dopo una felpata tumulazione di Glamour avvenuta nelle Vacanze Natalizie, rifocilla le nostre bocche affamate di “sostenibilità” schierandosi dalla parte giusta del fronte, ovvero, quella strategicamente più opportuna da conquistare.

Vogue Italia si aggrappa così alla “fronda” GREEN per compiacere soprattutto le nuove generazioni (molto sensibili al tema) e persuaderle all’acquisto di un magazine deperito, per il continuo ridimensionamento degli investimenti pubblicitari, e debilitato, da una progressiva irrilevanza contenutistica.

Vogue Italia gennaio 2020 sceglie la strada dell’illustrazione per dimostrare la propria solidarietà verso tutti coloro che dal sistema moda si aspettano  un repentino cambiamento all’insegna della sostenibilità.

Ricordiamo che la moda si fa carico del 20% dello spreco globale di acqua e del 10% delle emissioni di anidride carbonica. Produce inoltre più gas serra rispetto a tutti gli spostamenti navali e aerei del mondo, mentre  le coltivazioni di cotone sono responsabili per il 24% dell’uso di insetticidi e per l’11% dell’uso di pesticidi facendo del settore tessile il più inquinante sistema dopo quello Oil&Gas.

Se a questo aggiungiamo che secondo le Nazioni Unite l’85% dei vestiti prodotti finisce in discarica e solo l’1% viene riciclato, si ben comprende quanto sia urgente un cambiamento radicale nel sistema ormai insostenibile della moda.

Per la prima volta nella storia di Vogue, quindi, copertina e servizi fotografici sono illustrazioni frutto della cooperazione tra artisti e stylist

Il direttore Emanuele Farneti, indossate le vesti del buon evangelizzatore con una letterina piena di pathos ammette in poche righe le responsabilità del mondo della moda nei confronti dell’ambiente e si pone delle domande (le solite), ma la risposta del risparmio di risorse per questo numero non convince nemmeno lui. Non è un caso, infatti, che un po’ per generosità, ma soprattutto per scansare le eventuali critiche, il nostro Farneti sottolinei che “per non lasciare cadere nel vuoto” il suo audace gesto devolverà i soldi risparmiati alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, gravemente danneggiata dall’acqua alta (? perplessità).

“La creatività deve farci esplorare altre strade “”  “gli abiti si possono raccontare anche senza essere fotografati” .

E. Farneti

Perfetto, ma dal prossimo mese, tralasciando la scelta della plastica compostabile per avvolgere la rivista, cosa rimarrà di questa fragorosa ventata attivista? 

Perché se si invita al cambiamento, ci si aspetta anche coerenza, e già il fatto che il suddetto magazine non abbia rinunciato alla pubblicità in questo “sacro” numero, la dice lunga sull’inconsistenza pratica dei propositi.

Il tema della sostenibilità per i puristi è una questione “sporca”, fatta di interessi e vendite su larga scala

Chissà cosa ne penserebbero tutti quei designer “puri” che da ligi praticanti della SOSTENIBILITà hanno rinunciato alle sfilate stagionali, producono pochissimi pezzi, utilizzano solo materiali di scarto, investono nella ricerca e nello sviluppo di fibre naturali e non fanno fatica ad ammettere che l’unico vero sistema per invertire lo stato delle cose dovrebbe essere una minor produzione e il continuo incoraggiamento a consumare di meno.

Non esiste una moda sostenibile” dice August Bard Bringéus, cofondatore di Asket. 

D’altronde sarebbe davvero naïf pensare che un imprenditore a capo di una conglomerata pluritentacolare con interessi in tutti i campi dai vini, al lusso, al make-up, al settore alberghiero ecc. da un momento all’altro decidesse di mettere in discussione e magari rinunciare alla sua costante espansione smantellando tutte le sue “cattive abitudini” volte alla massimizzazione dei profitti.

Se per Bernard Arnault, Greta Thunberg è un po’ troppo pessimista (citazione sua), opache e non documentabili sono le varie operazioni dei fantomatici Fashion Pact.

Se a pensar male si fa peccato, molto spesso si indovina, intanto, la veggente più famosa della moda, Li – Edelkoort profetizza la fine dei marchi che non si adegueranno attivamente al cambiamento. 

[…]Nel prossimo decennio – mentre le persone si stancheranno del consumo eccessivo – le nostre vite cambieranno radicalmente. I protagonisti della moda dovranno “fare molto meno, renderlo migliore e renderlo più costoso, […] il successo non sarà espresso in dollari ma “in gradi di felicità”. * 

Ai posteri l’ardua sentenza.


immagini via pinterest.com

*https://www.theguardian.com/fashion/2020/jan/08/fashion-top-trend-setter-li-edelkoort-futurologist-perfect-clothes-2020s

 

 

 

 


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Elisa Bellino




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