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Sostenibilità significato: ecco come si comporta la moda

FASHION-OLOGY / NEWS / 5 Maggio 2019

Sostenibilità significato:

“un processo finalizzato al raggiungimento di obiettivi di miglioramento ambientale, economico, sociale ed istituzionale, sia a livello locale che globale” (Wikipedia).

Io aggiungerei: operazione di responsabilizzazione e sensibilizzazione dell’uomo per la subordinazione dei suoi comportamenti in funzione del benessere comune e del rispetto reciproco, oltre che ambientale.

L’aporia sulla sostenibilità ambientale:

Influire sulla qualità della nostra giornata è l’arte più grande

H.D. Thoreau, Walden

Consumatori di vita e risorse naturali: il nostro comportamento è insostenibile

Le emissioni di carbonio, l’uso dell’acqua, l’inquinamento chimico e plastico sono solo un’appendice dello scriteriato sistema di produzione su larga scala imposto dalla globalizzazione e dal consumo usa e getta.

Lo sfruttamento di persone sottoposte a indegne condizioni di lavoro

(dovuto anche all’accelerazione della richiesta e alla crescente competitività tra filiere), infatti, anche se apparentemente non lascia traccia sui nostri outfit, dovrebbe indurre i cittadini, se non all’ostilità nei confronti dei marchi, perlomeno al dubbio o alla diffidenza, e invece, nulla.

I dati che tracciano i consumi non rispecchiano affatto le intenzioni etiche dei numerosi accoliti della sostenibilità.

Dalle canoniche 4 stagioni (con relative collezioni) proposte dai calendari di moda tradizionali, oggi in un anno se ne alternano almeno 52

Se in UK è stato stimato che ogni cittadino compra 26 kg di abiti all’anno, nello stesso segmento temporale, solo negli USA, vengono cestinati quattordici milioni di tonnellate di vestiti.

Questi valori, non solo sono indicatori del nostro assurdo modo di vivere, ma ci informano chiaramente sul perché la moda oggi sia la seconda industria più inquinante dopo quella petrolifera.

Oggi si vende sostenibilità a concetti, ma in pratica?

Su e giù per green carpet, mostre, edizioni speciali, convegni ed esclusive, tra moda e sostenibilità sembra essere sbocciato “l’amor cortese”, il vassallaggio della prima nei confronti della seconda, però, è ancora piuttosto improbabile, almeno per come sono andate fino ad oggi le cose.

Nella pratica, infatti, l’organizzazione Fashion Revolution ,

che mira a educare i consumatori e le aziende alla responsabilità e all’autocritica per generare una sorta di Rinascimento della moda, ha documentato che nonostante il sostanzioso disinteresse da parte del 52% delle aziende contattate (non hanno risposto al questionario) e tolto anche un impenitente 2%, che ha declinato l’invito ad adoprarsi nella questione è risultato che:

[…] solo il 37,5% dei 200 brand indagati ha confermato la capacità di dare vita a progetti legati alla gender equality o alla valorizzazione femminile lungo la supply chain. Solo 3 marchi hanno segnalato violazioni all’interno delle strutture dei propri fornitori. Solo il 55% dei brand comunica l’ammontare di ‘carbon footprint’ annuale (parametro che viene utilizzato per stimare le emissioni gas serra causate da un prodotto), e appena il 19% di questi rende noto il dato anche per la propria supply chain.*

(fonte Pambianco)

Paradossalmente il fast fashion fa meglio di tanti altri protagonisti del lusso

H&M, ad esempio, da diverso tempo impegnato nella riconquista della fiducia del consumatore attraverso campagne di sensibilizzazione al riciclo e investimenti nella ricerca, dallo scorso aprile fornisce per ogni capo un “report trasparenza” per informare il consumatore su materiali e fornitori. Un’operazione davvero impressionante se paragonata al silenzio di tanti big, no?

L’affare della sostenibilità sta a cuore a tutti,

eppure, anche se si moltiplicano i cartellini e gli annunci pubblicitari “sustainable fashion”, la maggior parte dei messia sembrano ancora riluttanti. Ho scritto “affare” proprio perché fino ad ora l’impressione è che il tema sia trattato come mero business, più che dal punto di vista morale ed etico.

La domanda vera, quindi, è questa: il mondo è davvero pronto per il cambiamento?

In una società in cui i cambiamenti sono fatti dai vantaggi, più che dalle leggi, solo la promessa di una felicità autentica potrebbe smuovere la massa dal torpore e dall’arrendevolezza.

Un’industria in cui la dignità del lavoro umano e la responsabilità ambientale non sono percepite come discriminanti dai consumatori, infatti, non ha alcun interesse nel cambiare radicalmente strategia.

L’uomo dovrebbe recuperare una sorta di pensiero animistico primordiale volto alla restaurazione di una sacra partecipazione alla natura

Se egli smettesse di porsi come colonizzatore e padrone del mondo, ma piuttosto scendesse dal piedistallo prendendo posto come pari tra i vari ospiti accolti da “Pachamama”, Gea, Gaia o che dir si voglia, forse sì che si potrebbero modificare repentinamente le sorti del nostro pianeta.

Fino a che non la smetteremo di considerarci come individui slegati gli uni dagli altri e capricciosamente uniti da sentimenti stereotipati e ambivalenti tarderà la trasformazione dei nostri gesti da atti materiali, in pensiero, per divenire pura espressione di coscienza.

immagini via pinterest.com


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Elisa Bellino




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