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Minimalismo cosa significa: ecco come si pratica la libertà oggi

FASHION-OLOGY / NEWS / 29 Aprile 2019

Minimalismo cosa significa? Ridurre, rendere funzionale, razionalizzare, ripulire dall’artificio, scegliere l’essenziale, abbandonando il superficiale. Il campo semantico del termine “minimalismo” è davvero ampio e scivola per i pendii dell’arte figurativa, risalendo quelli dell’architettura, della moda e ora anche dell’economia, della sociologia e della psicologia.

La purezza dell’ordine dorico, il rigore del Movimento Moderno, la modestia della scuola Giapponese a Parigi negli anni ’80, i tagli di Armani, i disegni a pennello di Henri Matisse, la nostra storia è sempre stata illuminata da movimenti fatti di linee semplici, ma significative, composte, ma gloriose.

Il Minimalismo come stile di vita è qualcosa di recente,

anche se i media tradizionali si guardano bene dal promuoverlo su larga scala. Pur evocando la tradizione, infatti, il manifesto dei vari “Minimalisti“, si propone di scavalcare l’ipnosi “consumo-centrica” proposta con sempre maggiore ferocia dai mezzi di comunicazione, smascherandone gli empi effetti psicologici, sociali, economici e ambientali sul mondo.

“Scelgo la felicità attraverso la vita, non attraverso le cose”

Optare per una vita “Minimalista” non impone alcuna decisione radicale e impulsiva, ognuno è libero di iniziare questo percorso alla riscoperta dei propri veri bisogni, a poco a poco, cucendo questa filosofia a misura della propria esperienza.

Il Minimalismo, in questo senso,

ha a che fare con i nostri comportamenti di consumo prima e con la nostra evoluzione critica e spirituale, poi.

L’obiettivo è riconnettere l’individuo con se stesso a partire dalla base del nostro vivere post-moderno, ovvero, dall’accumulo indiscriminato di merci.

Il disagio ha origine da una bugia colossale che non smette di essere diffusa dai media e narrata dalle industrie culturali con un’ossessività inverosimile, riconoscerla ed essere consapevoli dei suoi effetti è l’inizio del cambiamento.

I mezzi di comunicazione continuano ad imporre un modello collettivo bestiale, poiché straripante di ideali fasulli e preconfezionati che orientano i soggetti al culto del successo. Il successo economico e il suo riconoscimento in società sono così venduti come massima espressione della felicità ed è consentito perseguirli con qualunque mezzo.

Non è di certo un caso che questo tipo di benessere materiale risulti funzionale unicamente alla salvaguardia di un modello di consumo basato sullo spreco ostentato e insensato da parte di un esercito di individui incoscienti e irresponsabili.

Dopo decenni e decenni di messaggi pubblicitari sempre più aggressivi, difatti, l’attenzione del soggetto, dall’interno, si è spostata pericolosamente all’esterno, facendo sì che ognuno anteponesse prima di ogni altra cosa sempre e solo i propri istinti compulsivi volti all’apparire.

Instagram, in questo senso, ha così successo perché è proprio la massima espressione di questo assurdo stile di vita. Si tratta, infatti, di un social pubblicitario (ora anche supermarket) di intrattenimento in cui, in apparenza liberamente, ciascun individuo entra ed esce senza accorgersi di essere allevato al consumo come obbligo.

In una sola generazione, il bisogno di accumulare ricchezze personali, sembrerebbe avere avuto il sopravvento sui diritti che in due millenni e mezzo, faticosamente, avevamo imparato a chiamare democratici. […]

L’indifferenza per le disuguaglianze, la mancanza di senso sociale (…) unite al disinteresse per la catastrofe ambientale e climatica sono fra le prove più terrificanti dell’irrazionalità umana. L’insieme di insensibilità e crudeltà verso il mondo e se stessi che gli uomini, se non intenzionalmente programmato, certo tollerano è uno dei più grandi misteri dei nostri tempi”*

Fare meglio con meno: libertà è essere quello che sei, con meno cose

La libertà pare essere il bene più anelato dai giovani terrestri. Ma di che libertà disponiamo effettivamente? Una libertà inzaccherata solo superficialmente di nobili principi e belle parole che cavalca maldestramente quel logoro mito del self-made man Americano può chiamarsi libertà?O ci riferiamo alla libertà intesa come facoltà di inseguire il proprio sogno: diventare ricchi per comprare un sacco di cose da mostrare agli altri?

E proprio a proposito di sogno, cosa accade se un giorno scopri che quello stesso sogno non ti è mai appartenuto e che era piuttosto un condizionamento imposto dall’alto?

L’utopia pericolosa è smettere di fare quello che la società si aspetta che noi facciamo. Questa è vera libertà

Disertare dalle manie di onnipotenza, onnipresenza e dal culto dell’apparenza. Ritagliarsi spazi vitali, ristabilire il contatto con la natura e il prossimo, rispettare quello che abbiamo, in poche parole: fare un passo indietro e frenare il consumo di cose che non ci faranno sembrare migliori di quello che siamo.

Aderire al Minimalismo non è New Age, ma il più grande, pacifico atto rivoluzionario che oggi un essere umano possa compiere

In questo scenario allucinato ci siamo disabituati a pensare con la nostra testa finendo per diventare persino consumatori di pensieri altrui. A ognuno è stata concessa la possibilità di esprimere la propria opinione a patto che questa non si discostasse dal “pensiero totalitario collettivo“, che, seppur diviso in fazioni e binari differenti, non ha mai minacciato il sistema originario stimolando azioni concrete, ma, piuttosto, accrescendo l’illusione. Chissà, forse il momento di cambiare è arrivato e sappiamo da che parte iniziare.

siamo pieni di persone intellettualmente capaci che fanno cose stupide: non perché le cose che fanno siano stupide in sé, ma perché non sono state pensate da loro e non rispondono ai loro bisogni. Sono ripetizioni di atteggiamenti collettivi.”*

Se avete Netflix, vi consiglio questo documentario

immagini via pinterest.com

Bio

*Utopie minimaliste, Un mondo più desiderabile anche senza eroi, L.Zoja


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Elisa Bellino




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