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Diventare influencer oggi: sarà sempre più difficile, datti all’ippica

FASHION-OLOGY / NEWS / 15 ottobre 2018

Diventare influencer oggi non conviene. L’influencer non è un impiego a tempo indeterminato.

Diventare Influencer? Ripensaci. Uno in più non farà la differenza.
I dati: in 170Mila su Linkedin dichiarano di essere impiegati presso loro stessi nella posizione di “influencer”.

Mentre uno scarso 5% di questa moltitudine potrebbe facilmente riciclarsi e/o mimetizzarsi in qualche settore creativo o comunicativo, il restante 95% rischierebbe di intasare le reti Mediaset per almeno due generazioni, costringendo Maria a costruire intorno ai troni delle fortezze con Uomini e Donne stipati persino sotto i tappeti.

Ma come si è arrivati ​​a questo? Breve retrospettiva.

Il peso dell’uomo comune negli ultimi anni è diventato direttamente proporzionale a “K”, “M” e cuoricini. Da quando ai media tradizionali si sono più affiancati i social il mondo della cultura è stato messo radicalmente in discussione. In nome dello spettacolo si sono erette possenti mura di idiozia. L’anti-virtù ha portato alla ribalta imbecillità e vanità insieme a tutta una serie di favolose bubbole e filosofie dense di mediocri illusioni.

Edamus, bibamus, gaudeamus. Il successo è diventato tascabile e tutti hanno avuto una possibilità di sguazzare nel pantagruelico fiume di opportunità offerte dall’industria dei Social.

Come se non fosse abbastanza mortificante l’insulsa esistenza da consumatore medio, abbiamo accettato di buon grado l’appellativo di “seguace”, termine opportunamente assimilato in inglese (follower) anche in Italia per ostracizzare l’asprezza avvilente del suo campo semantico.

Parallelamente, la crisi economica ha imposto alla moda l’obbligo di dover rincorrere il pubblico per non soccombere alle rappresaglie della nascente industria del fast fashion proprio mentre Instagram impazzava come la nuova Mecca dei fannulloni.

La Giacomotti tratteggia gli influencer

come allegre figurine in grado di alleggerire l’ambiente del fashion da decenni infestato da “vecchie vestali”, invariabilmente vestite di nero e sempre, dichiaratamente affette dal male di vivere”. Un male di vivere che oggi, da atteggiamento snob, diventa “finalmente” realtà. Una realtà che tutte le giornaliste cercano maldestramente di occultare almeno sui social, (perché sì, ci sono anche loro), dissimulando la crisi della categoria dietro sorrisi e abiti in prestito.

Oggi siamo tutti influencer, ma se ti sta venendo in mente di farlo diventare un lavoro proprio adesso, forse, è meglio che ci ripensi.

Gli influencer d’ora in poi saranno sempre meno, perché i soldi verranno centellinati al massimo e le campagne saranno sempre più controllate.

Gli influencer (in teoria) sono coloro che fanno da ambasciatori dei marchi,

coloro che dovrebbero indurre le persone all’acquisto dei beni che promuovono, ma di fatto quelli che ci riescono anche solo in parte a fare una delle due cose sono davvero pochi e saranno sempre meno.

Sormontati da numeri fantascientifici di seguito e sempre più noiosi nella loro stereotipata autoreferenzialità, gli influencer ( modello standard) stanno ufficialmente stancando il pubblico.

In Cina i segni del declino sono già evidenti:

gli influenzatori o presunti tali sono troppi e ci sono già chiari sintomi di insofferenza. E se in Oriente, il fenomeno è ufficialmente entrato nella fase calante, anche da noi si cominciano ad avvertire evidenti segnali di stanchezza.

Scarso ingegno, scarsa ricerca estetica, i mitomani super griffati dalle foto sempre uguali non bucano più il piccolo schermo e le multinazionali si cominciano ad attrezzare in modo diverso.

I dipartimenti marketing di HP e Unilever dichiarano di non voler più lavorare con influencer poiché il pubblico si è stufato e procurano più danni che vantaggi. Macy’s, invece, fa diventare influencer i suoi dipendenti: pochi follower, ma più onestà.  Macy’s Style Crew , infatti, è l’ultima trovata degli storici magazzini Americani che puntano sull’autenticità dei loro ambasciatori in cambio di incentivi, ma sono sicura che questo è solo l’inizio della fine.

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Elisa Bellino




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