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Moda e consumismo: per quanto può durare questo diluvio di vestiti?

FASHION-OLOGY / NEWS / 7 ottobre 2018

Moda e consumismo: il post fashion week e l’inganno da scarsità

Moda e consumismo. Mentre mi affannavo nel rimanere concentrata facendo scorrere i look delle sfilate in modo da avere una visione d’insieme più distaccata e capire verso quali orizzonti la specie umana si stesse per fiondare, la mia volontà veniva meno, ero letteralmente intorpidita e schiacciata dalla quantità di proposte. Completamente incapace di immagazzinare tutta la mole di informazioni per generare una riflessione.

Ero in crisi,

ma fu in quel momento che percepii risalire dalle viscere una domanda che non avrei mai immaginato di pormi. Stava sgomitando per uscire, ce l’avevo nello stomaco. Era una domanda scomoda e stupida, anzi, più la seconda che la prima, almeno, così mi suggeriva la mente, quasi come programmata da un‘intelligenza artificiale esterna. Ero in errore e una voce me lo stava facendo notare, in fondo, che senso avrebbe mai potuto avere questo folle quesito…

Che ce ne facciamo di tutti questi vestiti?

Mezzi belli, mezzi brutti, austeri, leggeri, corti, lunghi, maschili, femminili, molto più simili che diversi.

La certezza era solo una: erano troppi.

Troppi persino per essere guardati, figuriamoci per essere pensati o ricordati.

Cancellata con un colpo di spazzola la nodosa questione intorno allo streetwear, la provocazione stava cedendo definitivamente il passo alla modestia dei radical chic e l’uniforme oversize per dissimulare la fragilità fisica femminile era ufficialmente diventata lo standard.

L’inganno della scarsità

Non soddisfatti del diluvio di vestiti culminato con Parigi e non ancora sazi di tutte quelle realtà interessanti o invadenti che popolavano Instagram, infatti, c’era ancora gente che sprecava profluvi di parole chiedendosi che ne sarebbe stato delle donne in cerca di abiti funzionali e discreti dopo l’arcinoto passaggio di Céline al “lato oscuro della forza”.

Sono tanti, infatti, quelli che perseverano nello spremere l’audience dei Philofili con articoli commemorativi e coccodrilli vari avanzando la fobia di non aver più marchi minimal, asciutti e pratici per la donna multitasking contemporanea e proprio qui la certezza dell’inganno da scarsità di vestimenta brillava in tutta la sua concretezza.

L’inganno inizia con il compiacere la follia.

Lemaire, Loewe, Stella McCartney, The Row, Hermès, Jil Sander, Bottega Veneta, questi sono solo alcuni dei massimi esponenti della “Philo-estetica”, perché la domanda di abiti semplici, indossabili anche al lavoro, pratici e nello stesso sofisticati è proprio ciò che la maggior parte del pubblico femminile maturo chiede alla moda e che ad esso viene quotidianamente consegnato anche da gruppi di moda veloce come Mango, Zara, Arket ecc.

Se 21 grammi sono il peso dell’anima, 27 kg sono il peso degli abiti acquistati per persona in Inghilterra ogni anno. Una mole sconcertante di spazzatura, particelle inquinanti, manodopera sfruttata ecc.

Niente di etico dall’altra parte del fronte.

La realtà, quindi, è che di vestiti e di marchi ce ne sono fin troppi,

ma vivendo un’esistenza blasé, non riusciamo ad acquistare con coscienza, perché niente riesce a scuoterci dal torpore del consumo per inerzia. E questo ci allontana sempre di più dalla consapevolezza della follia consumistica in cui viviamo. Una follia che non ha niente di etico, né di morale e ben poco di sostenibile. Una follia che dopo aver sfogliato la 50esima uscita del 30esimo fashion show della SS 2019 non può che avere un unico senso, oltre alla nausea: quello del business fine a se stesso.

Il business ha senso per chi lo fa, non per chi lo subisce.

Al blasé tutto appare di un colore uniforme, grigio opaco, incapace di suscitare preferenze. […]Le cose galleggiano con lo stesso peso specifico nell’inarrestabile corrente del denaro.*

E così galleggiando nella vastità dell’offerta per la prossima stagione, io rigetto l’inesprimibile e forse incomprensibile quesito iniziale. Forse, tutti questi vestiti, in fondo, non sono abbastanza.

 

*p.42. Z. Bauman, Vite di corsa

immagini via pinterest.com


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Elisa Bellino




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2 Comments

on 7 October 2018

Un’altra domanda affiora nella mia mente dopo la terza rilettura di questo post:

Siamo nati per comprare?

Sembra che le uniche funzioni di un essere umano siano, a detta del fashion sistem, comprare vestiti e lavorare per avere soldi per comprarsi vestiti per andare a lavorare…
Ecco, io preferisco fare altro che infilarmi in un centro commerciale, il mio tempo lo spendo in altro modo.
Mi diverto di più a girare per mercatini artigianali, fiere e sagre di paese dove si possono trovare prodotti tipici e articoli unici.
Vivo nel centro della Toscana e ciò mi facilita molto, intorno a me città d’arte ma anche una miriade di paesi e borghi che rendono questa zona la culla della Bellezza.
Non è minimamente confrontabile con la vita, i tempi e le esigenze di una grande città.
Lati positivi e lati negativi da tutte e due le parti, però.

Per concludere, è più facile che torni dalle mie scorribande con qualcosa di commestibile invece che di indossabile

Saluti da Elena

on 8 October 2018

27 kg??? Non pensavo davvero fossimo arrivati a questi livelli! Una cosa è certa: va di moda tutto e il contrario di tutto, e il rischio di collezionare la qualunque per star dietro ai trend è sempre dietro l’angolo… e lo dico a me per prima!
Un bacio! F.

La Civetta Stilosa



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