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Celine Hedi Slimane: “e” senza accento, di nuovo, perché?

FASHION-OLOGY / NEWS / 9 settembre 2018

Celine Hedi Slimane. Céline senza accento, perché?

Celine Hedi Slimane. Al di là del bene e del male, il fattore diversità che tutto muove.

Hedi Slimane torna a casa LVMH. Dopo 10 anni di sobrietà, Phoebe Philo, l’alchimista della discreta, minimale, uniforme borghese per eccellenza viene sostituita dall’irruenza dark dell’ex direttore creativo Dior Homme. Il primo animale da social, la seconda allergica. Patron Arnault vuole distaccare Kering e siccome la riluttanza ai social oggigiorno è ben poco gradita, Hedi Slimane diventa la chiave perfetta per traghettare Celine verso la popolarità di massa.

Scenario

Prima di proseguire, occorre, avere bene a fuoco la scenario, perché l’inconsistenza di fatti, cose e persone si è ormai palesata con tutti i suoi effetti collaterali. Questa è la penitenza endogena dell’era digitale. Si vive la smaterializzazione dell’esistere in righi e righi di linguaggi binari inclini alla metamorfosi indiscriminata

Tutto va e viene senza lasciare traccia, punto dopo punto, in una linea retta che non ha né inizio, né fine.

Perduta l’orma precisa e rassicurante dell’ “originale”, il corporeo lascia il posto al virtuale, la realtà alla finzione, la bellezza allo spettacolo, e, insieme a ciò, si smarriscono in qualche emisfero di infinite possibilità anche i concetti di prima e dopo, di passato e futuro.

Il rumore è la costante, per questo il baccano, la provocazione,

il clamore e il dileggio sono ancora preferibili ad un più soffuso e modesto approccio di stampo intellettuale: il primo scuote e provoca l’azione, il secondo richiede tempo e riflessione prima di produrre un qualsiasi atto.

In questa confusione di tempo, spazio e finzione, come in una sorta di cecità/imbecillità indotta dall’illimitata coesistenza pornografica di immaginari possibili e fruibili, ecco che l’elemento diversità si va a inserire a tutti gli effetti come unico punto di riferimento perseguibile per ingannare l’angosciante convergenza delle coordinate in un presente illimitato, indefinito e senza senso.

Céline o Celine: una interpretazione

Non si tratta di francese o inglese, di semplificare o rendere tutto più funzionale sui social: quello che conta è che non sia come prima. Quello che conta è che sia DIVERSO.

La diversità presuppone sempre un “prima” che non è mai come il “dopo”.

Ed è questo, più di ogni altra cosa il beneficio massimo che l’individuo ricerca per affermare la propria identità .

Infondere nelle merci diversità e cambiamento diventano esigenze imprescindibili per non far collassare l’umanità e il sistema di consumi in un vuoto siderale dominato dall’insignificanza.

La diversità ritma il nostro essere nell’ipertempo,

senza il fattore “diversità”, infatti, si perderebbe la cognizione della successione cronologica e la “moda” in quanto adozione di nuovi stili vestimentali perderebbe definitamente di significato.

Al di là dei detrattori e degli estimatori del nuovo corso della Maison francese

fondata da Vipiana Céline, forse, riusciamo a dare un senso al primo, decisivo cambiamento attuato da Hedi Slimane.

Tralasciando la bellezza o meno della cancellazione dell’accento ( accento che va e viene, dato che fu la stessa Vipiana alla fine degli anni Sessanta a farlo sparire), ecco che l’operazione del nuovo direttore creativo e dell’immagine del marchio si ridimensiona a semplice, quanto efficace demarcatore temporale.

Cé (e)line, potrà essere meglio o peggio di prima, poco importa, perché ciò che conta davvero è che sia diverso da quello di Phoebe. Che coloro che ne parlano e che lo vestono percepiscano il punto di svolta e lo facciano proprio, in modo da traslare tutta la portata illusoria, quanto misericordiosa del “cambiamento” nella propria vita.

La “diversità” , in questo senso, non solo dà un ritmo pseudo-temporale alla nostra esistenza nell’ipertempo, ma ci addolcisce le giornate nella promessa di una rinnovata seduzione. 

Ogni volta che adottiamo un cambiamento nel nostro stile accantoniamo una parte di noi che non ci piace, proiettandoci verso un futuro migliore che probabilmente non è mai esistito e mai esisterà.

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Elisa Bellino




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