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Fashion week settembre 2018: il mito dell’attesa del nuovo

FASHION-OLOGY / NEWS / Punto di vista del lunedì / 26 agosto 2018

Fashion week settembre 2018: l’attesa di una novità che non verrà

Fashion week settembre 2018. Manca poco all’apertura della cosiddetta “nuova stagione”. Gli occhi saranno puntati su Gucci che volerà a Parigi, Burberry che batterà bandiera Italiana (Tisci) e Céline che con grande amarezza dei Philonostalgici, potrebbe essere strapazzata e contaminata irreversibilmente dall’irruenza di Slimane. Eppure, nonostante tutta la rumorosa orgia mediatica costruita intorno alle Settimane della moda, la nostra attesa ha qualcosa di vagamente Beckettiano.

L’assurdo, infatti, sta nell’attendere qualcosa che non ha niente di nuovo, niente di utile, niente di esclusivo e con ogni probabilità poco di bello. In pratica, aspettiamo qualcuno di cui non sappiamo nulla e forse nemmeno esiste. 

La verità è che Vladimiro ed Estragone siamo noi

E sì, anche se il “Signor Godot” non verrà nemmeno questa volta, noi lo aspetteremo, pazienti e speranzosi, come ogni settembre, ogni mese, ogni giorno di qualsiasi anno attendiamo, farneticando, il  cosiddetto “nuovo e bello” appollaiati su una panchina, spettatori-attori del solito, identico, insensato spettacolo. Spettacolo di un un tempo svuotato di spazio e stagioni, ma anche di significati e, non in ultimo, di moda.

Una definizione di moda

Moda: concezione del costume generalmente accettata e ritenuta valida in un determinato momento storico. Essa abbraccia quindi non solo l’abbigliamento, ma tutto lo stile di vita, dal modo di comportarsi in società agli oggetti di uso più comune.*

A settembre, come da tradizione ci si prepara ad accogliere le linee guida che definiranno la moda dell’anno 2019. Una moda che, di fatto, non esiste, ma a cui nessuno vieta di credere, proprio come Babbo Natale.

Di che moda stiamo parlando?

Da quando moda e stile sono collassati l’una sull’altro, infatti, non c’è niente che non sia degno di essere indossato. La moda è un concetto trasversale che non riguarda solo più i marchi di lusso e tanto meno le élite, ma abbraccia caritatevole ogni genere di espressione personale vestimentaria.

Gucci è moda tanto quando il marchio Vietnamita minimal trovato su Instagram o quanto il funereo negozietto Londinese di roba gotica che vende su Asos Marketplace.

Tutto ha senso, perché niente lo ha più.

La moda muore per eccesso di moda*.

I sociologi dicono che il seme della fine della moda sia da situarsi nel germogliare delle rivolte giovanili, con conseguente irruzione e mitologia del look giovane. Essere giovani è così diventato il simbolo dell’individualismo moderno più dell’aspirazione a mostrare l’appartenenza a una casta raffinata.

Eclissato l’imperativo dell’abito dispendioso e tramontata l’era dei couturier, il degenero: dapprima con gli stilisti di rtw, poi con il fast fashion e ora con la concorrenza degli Ista-designer. In tre decadi hanno conquistano legittimità tutti i materiali, tutte le forme, tutti gli stili fagocitando ed esaltando segni di inferiorità appartenenti a minoranze e controculture.

Trasandato, ironico, povero, provocante, sportivo, povero, brutale,

nessuna strada non è percorribile e non esiste niente, di fatto, che scompaia davvero. Il fascino della moda, quella dei Poiret, Coco, Balenciaga, Schiaparelli stava proprio nel fatto che fosse destinata a scomparire, oggi, invece, tutto sopravvive contemporaneamente in un rumoroso caos stilistico dove le più folli amenità rimangono incollate ai pubblici come gomme da masticare.

Eppure, nonostante tutto, abbiamo ancora bisogno di seguire l’ombra malconcia di una concezione di moda ormai scomparsa. Ma perché???

Il rituale dell’iperconsumo e l’illusione collettiva

Se postuliamo il consumo come miracolo (Codeluppi), dovremmo anche accettare di buon grado la logica delle grandi presentazioni, dello spettacolo, dei lanci come eventi straordinari facenti parte del patrimonio della tradizione socioculturale globale.

In questa ottica, allora, non saremmo poi così diversi dai primitivi o dagli indigeni:

il consumatore odierno sente la necessità di sprecare il suo denaro, proprio come si faceva nei rituali e nei potlach delle civiltà primitive, e, allo stesso modo degli indigeni malesiani, mette continuamente in mostra i suoi beni che esprimono significati di prosperità, sperando che possano svolgere una funzione propiziatoria, attirando verso di lui benessere e felicità.”

Vanni Codeluppi, Ipermondo, pp. 48-49

E per rispondere alla domanda posta poco sopra: ogni volta aspettiamo l’assurdo spettacolo del ” nuovo e bello”,  perché siamo un’umanità semplice in cui il consumo sconsiderato pieno zeppo di simbologie arcaiche legate alla fortuna e al successo è ancora la religione. E una religione ha le sue liturgie, le sue celebrazioni e i suoi rituali da rispettare.

Si tratta di una fede rudimentale, perché richiede cieca obbedienza in modo da accogliere sempre “nuovi”, “magici” prodotti non come frutto della fatica di qualcuno, ma dispensanti da un’istanza mitologica benefica “ultraterrena”: la tecnica, il progresso, l’industria.

Il cerchio magico si chiude e, ancora una volta, noi siamo dentro.

 

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immagini via pinterest.com

Bio:

Vanni Codeluppi, Ipermondo, Edizioni Laterza

M. Baldini, Semiotica della moda

https://www.businessoffashion.com/articles/opinion/op-ed-whatever-how-fashion-lost-its-meaning?utm_source=twitter.com&utm_medium=socialshare&utm_campaign=bof

 

 

 


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Elisa Bellino




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1 Comment

on 27 August 2018

infatti sto perdendo anche l’interesse per le fashion week, non mi attirano più tanto
baci

http://www.unconventionalsecrets.com/



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