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Drop Supreme: “drop fa shop” ecco perché oggi la moda vive di lanci

FASHION-OLOGY / NEWS / Punto di vista del lunedì / 19 agosto 2018

Drop Supreme o esclusività forzata. L’arte taumaturgica di dare significato all’insignificante

Drop Supreme. Drop fa davvero shop. Quando di lusso, di moda, di arte e di musica non si può più parlare, perché niente ha più significato, ecco che si moltiplica la politica dei “drop”.

La cura per un mercato saturo di spazzatura

C’è chi giura possa essere il solo e unico futuro per la moda. C’è poi chi non ha ancora presentato alcuna collezione, ma già promette di vomitare con una certa costanza limited edition imperdibili con partner incredibili (Burberry-Tisci) e c’è anche chi ha imboccato la via del non ritorno (v. Louis Vuitton, Moncler).

Di quell’insanabile desiderio di credenza-appartenenza a qualcosa di esclusivo

Di fronte ad una progressiva e incontrastabile aridità semantica e simbolica dei beni di consumo e alla saturazione del mercato, si corre ai ripari.

Siccome di miti musicali non ne nascono più (quelli del secolo scorso sono morti quasi tutti) e nemmeno di Balenciaga e Yves Saint Laurent, i marchi di moda si stanno mettendo a giocare a fare la parte delle “rockstar”.

In principio erano solo i movimenti di controcultura come lo streetwear a fare leva sul concetto di comunità, anticonformismo ed esclusività dovuta alla scarsa reperibilità dei prodotti, ma oggi, tutti quanti si buttano in quello che sembra l’ultimo escamotage in grado di mantenere alto il livello di attenzione della massa.

“The non-conformist nature of the drop also appeals to younger consumers, who treat non-conformism as a virtue. The last thing they want is to buy or think or look like everyone else“*

Anche le maison di lusso si gettano nel ricco business dei “senza fede”. I “senza fede” sono le generazioni più giovani, colpevoli unicamente di essere nate nel momento sbagliato, ovvero al culmine di un processo in cui la pochezza creativa della cultura di massa si è rivelata in tutta la sua superficiale precarietà lasciando un vuoto valoriale e ideologico insopportabile.

Volente o nolente, il bisogno è stato creato

Colmare questa mancanza di modelli e rappresentazioni è diventato così il nuovo proposito dei marchi di moda di lusso. Un atteggiamento, come dicevo, mutuato dai movimenti underground metropolitani degli anni ’90, ultimi rimasti ad essere percepiti come autentici e quindi degni di venerazione da parte dei piccoli, giovani infelici.

“[…]il cuore del potere di Supreme di guidare la domanda per i suoi prodotti è la sua capacità di coltivare una comunità. È l’ingrediente fondamentale che trasforma le gocce in rituali e le magliette in trofei”*

Proprio dallo streetwear arriva anche il concetto della “vendita a lanci”

Gocce di vestiti come gocce di profumo. Pochi pezzi fanno la persona fica (?).

Come funziona?

La perturbazione della folla inizia qualche mese prima, di solito con un avviso sui social. Viene così fatta circolare la notizia dell’imminente collaborazione tra Caio e Sempronio e poi si lascia decantare la cosa in modo che la temperatura intorno all’attesa cresca tra favole leggende e passaparola. Una volta raggiunto il grado di calore desiderato, si procede con l’elargizione controllata dei beni in questione e si apre ufficialmente la caccia. Si tratta di pezzi altamente riconoscibili, distribuiti solo in pochissimi store, meglio se particolarmente brutti, iperlogati e a prezzi da rapina.

La strategia ” a lanci” è il doping della moda contemporanea

[…]tutto si riduce al principio di scarsità. “[Un lancio] non è conforme ai tempi di rilascio della moda tradizionale, quindi è imprevedibile e, pertanto, i prodotti sembrano scarsi

Un’operazione, quindi, ereditata dall’abbigliamento streetwear, che eccita all’inverosimile grandi mandrie di fanatici piuttosto giovani e di sesso prevalentemente maschile (chissà perché) e/o speculatori disposti a tutto anche a soffrire per ore, giorni, settimane pur di accaparrarsi un costosissimo pezzo da rivendere ad un prezzo ancora più improbabile.

Mettere sul mercato pochi pezzi, molto costosi e difficilmente reperibili è ufficialmente il nuovo concetto di “lusso”

Oggi che non basta più una persona a fare un brand di moda, oggi che tutti dicono la loro, ma poche sono le parole ad essere ricordate, il “drop” sembra essere l’unico sistema per racimolare (saltuariamente) attenzione in un mondo svogliata svagatezza in cui lo spreco “funzionale” (cit. Baudrillard) è indispensabile per la sopravvivenza dell’ordine di produzione.

Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

 

*https://fashionista.com/2017/06/drop-culture-psychology-shopping-consumer-behavior

*https://fashionista.com/2017/11/fashion-drop-trend-retail-strategy-2017

www.ilpost.it/2017/10/11/arriva-successo-supreme/

 

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Elisa Bellino




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1 Comment

on 20 August 2018

Direi che è una buona tattica di vendita, magari non adatta a tutti.
Nuovo post “Come vestirsi per visitare una città di mare?” ora su http://www.littlefairyfashion.com



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