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Vetements non vende? Ecco come la moda distrugge la moda

Vetements non vende più come una volta? La “moda scandalistica” comincia ad annoiare

Vetements non vende? Il team Gvasalia smentisce, ma io non ci crederei.

Fresco fresco di esibizione sembra che Vetements stia sprofondando nell’irrilevanza, il suo ringhio oltraggioso, pare essere diventato un mugolio lagnoso. Fino a ieri idolatrato, elevato a nume del nuovo corso della moda, il designer, con la sua ultima collezione Vetements non ha suscitato alcuno scandalo ed è stato schiacciato dall’intellighenzia internazionale.

La moda scandalistica 

nasce e prolifera su Instagram. Si basa, di fatto, su un consumo visivo scostante e basato sul concetto piuttosto aleatorio di Instagrammabilità, dove vince “chi urla più forte o la fa più grossa”. Questo fino a qualche tempo fa, oggi, infatti, questo Social è giunto a una fase di maturazione. Sono la settorializzazione e la specializzazione degli account a guidare l’aggiornamento dei feed e questo accade indipendentemente dalla popolarità degli account. Ne consegue che il chiasso, il sensazionalismo e la spettacolarizzazione per la massa smettano di essere valorizzati.

La moda scandalistica ha fatto dell’esagerazione la norma,

ma nella sua ingordigia di popolarità ha finito per morire di sovraesposizione, esaurendo così la sua portata “anticonformista” in un banale turpiloquio.

E’ questo a cui molti designer in voga ambiscono, eppure, questa non è esattamente la moda che avremmo voluto conservare nel nostro armadio.

Il linguaggio di Demna Gvasalia ha monopolizzato lo stile per due anni,

in suo nome ci siamo abbigliati come scappati di casa, ci siamo rabbiosamente schierati al suo fianco contro il non bene identificato sistema a colpi di palandrane oversize e stivali improbabili, ma ora?

Siamo giunti al punto in cui chi lavora nella moda non sa più cosa fare per rimanerci (alla moda) e, forse, nemmeno gli interessa più.

La banalizzazione e la semplificazione di ruoli, stili e tendenze stanno mandando in tilt il sistema. Non è un caso che coloro che possono scegliere, ovvero i big spender più giovani, siano i nuovi consumatori di Haute Couture.

I veri ricchi

stanno prendendo le distanze dal lusso di mezzo, quello a portata di tutti, quella parodia arrogante e viziata di luoghi comuni che è il prêt-àporter . E così, mentre la richiesta di abbigliamento per le donne ristagna, il menswear dei felponi, cappuccioni e straccioni incalza.

La moda sciatta piace, ma soprattutto agli uomini. E allora la storia dell’Abloh a guidare l’uomo di Louis Vuitton comincia ad avere senso.

Quello che non ha senso è la straziante rincorsa alla rilevanza a cui i marchi devono ricorrere per far parlare di sé.

Un’esuberanza noiosa e ammorbante a cui i più afferrati in materia sono già preparati, ma che a ogni inizio anno (settembre) ci viene decantata come autentica rivoluzione. Già sapremo a cosa andremo incontro: i soliti fasti distopici della Gucci-saga, le machiavelliche provocazioni di Balenciaga, le scenografiche elucubrazioni di Karl-Chanel, le pellicce di Fendi, i barbari collage degli archivi di Versace e via dicendo. L’unica grande attesa sarà scoprire che ne sarà di Céline in mano a Slimane, ma per il resto il copione è già scritto e piuttosto prevedibile.

Più forti sono gli spettacoli, più deboli sono le idee.

Essere rilevanti oggi è una scommessa per dilettanti e a molti, il gioco d’azzardo non interessa più.

Uno fra tutti è Narciso Rodriguez, fresco fresco di premiazione ai CFDA per la sua brillante carriera.

Fashion doesn’t have to be universal. It doesn’t have to be big business. It can be small and personal. It will still matter. Perhaps even more deeply.”

N.Rodriguez per Robin Givham from The Washington Post

Il punto è proprio questo, smetterla di voler parlare un lingua universale chiassosa e volgare, solo così il prêt-àporter  potrà tornare ad essere qualcosa di serio e prezioso su cui voler investire, se così non fosse, meglio essere “fuori moda”.

“Se non esistessero le rose, il mondo sarebbe molto noioso, ma non lo sarebbe meno se non esistessero i giardinieri.”

Contro la comunicazione, M.Perniola, p.54

 

 




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