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Miti e leggende: ecco spiegata la dipendenza dal mito

Miti e leggende: perché quella sana dipendenza dal mito?

L’esistenza è sempre stata costellata da miti, perché senza miti non c’è appartenenza.

Si è pianto per davvero David Bowie. E’ stato omaggiato con onesto dolore sia da coloro che lo seguivano fin dalla gioventù, sia da quelli che ricordavano solo le sue canzoni più famose. Forse, perché apparteneva a quella categoria di eletti che vengono idolatrati da vivi, prima che da morti. A quella rara categoria di uomini del cui operato luminoso beneficiano tutti, e proprio per questo, escono dalla storia entrando nella mitologia. Benché ci si rattristasse della prematura scomparsa dell’Artista, non si poteva non riconoscere che l’andarsene dalla terra con un riconoscimento e un’eredità di quelle proporzioni tatuata sulla storia, in fin dei conti, non fosse proprio una tragedia. E alla fine, cosa c’è di più desiderabile dell’immortalità? Oggi ci sono poche storie e pochi miti da ricordare. Questo accade perché si consumano narrazioni e persone con la stessa superficialità con cui si mangiamo i pop-corn. La cibalgina è fast, il fashion è fast, i racconti sono fast, il successo è fast, la vita è fast.

Miti e leggende:la verità è che ognuno tende a creare un piccolo mito di se stesso. Tutti noi aneliamo a diventarlo, mito. E’ un’esagerazione, ovviamente, volutamente ricercata per avviare la riflessione.

Qualunque lavoro si faccia, qualunque esperienza si stia compiendo, l’uomo, da sempre, ricerca un modo per circuire la sua finitudine.

Un giorno mi venne riportato questo suggerimento:

nella nostra vita tutti noi dovremmo almeno: piantare un albero, fare un figlio e scrivere un libro.

Mi fece riflettere, perché non erano altro che scappatoie per passare oltre la morte. Anche le foto, per esempio, sono solo l’ultimo e più lampante escamotage, atto a sanare la nostra limitatezza. Un gesto, quello di “immortalare“, che a ben vedere, riporta dritti dritti agli albori della civiltà.  E’ strano indagare a ritroso nei secoli i comportamenti della specie, ma lo è ancora di più comprenderli. Non è un caso che l’arte nasca funeraria. Le tombe sono i primi musei. Imago, in latino, è il calco in cera del viso dei morti. Il termine “figura“? Il primo significato è “fantasma”.*

Tutto quello che ha a che fare con il visivo riconduce alla morte.

Fin da quando abbiamo tracce della comparsa dell’uomo sulla terra, tutto il suo laborio superficiale in un ambito, piuttosto che in un altro, è riconducibile sempre alla stessa cosa:

non farsi dimenticare. Lasciare un segno.

(segno, non a caso, deriva da sema, ovvero, pietra tombale).

Sul bisogno di cercare, creare, credere nei miti.

Così, mentre ci si arrabatta per tentare di diventare miti della nostra stessa vita, si interiorizzano e si fagocitano miti altri. Quei pochi miti rimasti, in grado di rendere sensato e meno disperato, il nostro vagabondare alla ricerca di risposte. Ecco come si arriva all’importanza vitale dell’Artista-mito: che sia un pittore, uno scrittore, un cantautore, un musicista, un regista, egli

sarà colui che saprà strappare alla vita odierna il suo lato epico, e farci vedere […] quanto siamo grandi e poetici con le nostre cravatte e le nostre scarpe di vernice!

Salon de 1845, Charles Baudelaire

Sarà sempre e solo grazie all’Artista che la vita risuonerà di fantastico.

*Vita e morte dell’immagine. Una storia dello sguardo in Occidente, Regis Debray, 1999 Editrice Il Castoro S.r.l

immagine copertina via pinterest.com

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